per fabio – fiori del nord

un mese fa se n’è andato Fabio, attore viareggino grande amante delle sfide fantasiose e impossibili. Lo abbiamo ricordato al teatro ringhiera domenica sera, in una serata di teatro fantastica e commovente, una vera festa popolare d’addio. Sul sito www.atirteatro.it trovate le sue foto e quelle dei fiori che aveva immaginato potessero sbocciare sull’asfalto. I suo i compagni hanno tradotto questo sogno in vernici e colori. Così come hanno messo in scena una fantasmagoria pop di grande intensità. Voleva portare a teatro I love radio rock

Milano, pur schivando le zanzare e sfidando l’indifferenza del vicinato si è saputa regalare una sera di passione – per Fabio, grazie a lui, la coltre di sfiducia che sembra avvolgerci si è diradata, per qualche ora…

pelle di banana

Piccolo teatrino delle Banane (Das klein Bananentheater)

Tre figure attraversano questo piccolo teatrino, buffo e inquietante: due migranti illegali – un curdo e un colombiano – e una prostituta polacca. Sono invisibili, perché senza documenti e alieni dalle loro comunità nazionali. Nelle stanze di un bordello, però, le loro fragilità si incontrano e si riconoscono. E quasi si amano. La loro pelle è come la buccia di una banana, che cambia colore, degrada, puzza, si sfoglia e lascia apparire al suo interno la stessa polpa, che presto scompare e diventa invisibile. Come tutti, cercano di dare nell’occhio per diventare invisibili. Tradurre è come sbucciare una banana: sbirciare – come dice Benjamin – il corpo del re nascosto sotto il suo lussuoso mantello. Cercare, sotto la superficie effimera del testo, l’essenza di un Senso, che forse s’è perso. Tradurre un testo è come lasciare a terra bucce di banana, dettagli che non vorresti buttare, scarti nei quali sai di inciampare.

Testo e foto relativi a Performing Traslaition – installazione (Genova, sala della Dogana naviga.asp?pagina=6603). Suo malgrado Stephane appare qui come curdo mangiatore di banane, nel tentativo di tradurre il monologo 7 di Schattenstimmen von Feridun Zaimoglu und Günter Senkel

pelle

Je m’instituai grand homme dès mon enfance, je m’étais frappé le front en me disant comme André Chénier: «Il y a quelque chose là!» – H. de Balzac, La Peau de Chagrin.

Chagrin (endeuillement; peine; tristesse)

Pelle di zigrino? Di uno strano asino che non può smettere di volere, di desiderare? Pelle di tristezza e dolore, forse. L’odore della pelle è forse la prima cosa che ci colpisce di una persona, il suo biglietto da visita, la nostra voglia di rividerla… Solo dopo, nella calca di un bus o in coda al supermercato, ci capita di sfiorarne un lembo, lasciato lì da una manica sollevata, reso lucido da una luce che qualcuno si è dimenticato di spegnere. La pelle, scavata da una cicatrice di quand’ero bambino, ricordo di tanto sangue e poco sale in zucca… Questa è la mia presentazione, invito alla danza.